domenica 12 marzo 2017

Deserti d'anima



A volte scrivo del MIO Nulla
socchiudendo le imposte del MIO silenzio
così da rendere intellegibile la MIA inquietudine. 

Mia, mio, sempre mio.  

Ripiegati su noi stessi 
ridotto il nostro orizzonte 
a mera linea demarcativa 
abbiamo smarrito la bellezza della condivisione
la  fatica del confronto
la dolcezza  della Conoscenza altra che noi.

E non serve nasconderci
dietro alibi raffazzonati di impegno sociale
volto solo a riscuotere dei facili mi piace
se poi le nostre stesse parole 
non riescono a modificare la nostra stessa Essenza.




Nel profondo.



Immagine: Victo Ngai , Second Round

domenica 5 marzo 2017

Dina

Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene.
Rosa Luxemburg




Francesca  si guardò attorno, era davvero uno strano hotel! Invece dei numeri, sulle  porte delle stanze, che si affacciavano su quel minuscolo corridoio di albergo di periferia, campeggiavano delle strane scritte per delle stanze d’albergo:.
‘Karl Marx’, 
‘Stato  e rivoluzione’, 
‘I compiti del proletariato nella rivoluzione attuale’
… ma non è troppo lungo questo nome, per una stanza???  si chiese. Poi scrollò le spalle, ci sono cose stranissime al mondo, non poteva capirle tutte, l’importante  era che la  sua stanza fosse pulita e tranquilla,  delle altre poteva fregarsene, qualsiasi nome avessero. Fece qualche passo, ma poi la  sua curiosità innata la fece tornare indietro e provò, con estrema  cautela,  ad aprirne una.
La stanza ‘Karl Marx ‘ era immersa in un buio assoluto… qualcuno doveva essere in fondo alla stanza, chissà, perché le arrivarono, veicolate da una voce grave e stentata, le parole (*)Il marxismo ha aperto la via a uno studio universale, completo, del processo di origine, di sviluppo e di decadenza delle formazioni economico-sociali, considerando l'insieme di tutte le tendenze contraddittorie, riconducendole alle condizioni esattamente determinabili di vita e di produzione delle varie classi della società, eliminando il soggettivo e l'arbitrario nella scelta di singole idee direttive o nella loro interpretazione, scoprendo nella condizione delle forze materiali di produzione le radici di tutte le idee e di tutte le varie tendenze senza eccezione alcuna...(*). Non ascoltò il resto… sull’ultima frase aveva richiuso piano la porta dietro di sé. Era perplessa. Ma era un hotel quello, oppure la sezione di un partito?
Esitò davanti alle altre porte chiuse: provare ad aprire?
No, si risolse, era troppo stanca, e con determinazione  si avviò verso la sua stanza. Guardò la scritta sulla chiave che aveva in mano, la controllò con la scritta sopra la porta: ‘Che fare?’, sì, era la sua stanza.
Sorrise. Quel ‘Che fare?’, così interlocutorio, così sospensivo, le sembrò di buon auspicio.
Entrò, le serrande erano alzate, un neon di una qualche insegna, proiettava nella stanza una luce azzurra intermittente. Cliccò sul pulsante e una luce bianca illuminò la stanza. Chiuse la porta alle sue spalle, andò dritta  verso l'armadio, lo aprì, controllò che fosse vuoto, diede uno sguardo nel bagno e tirò un sospiro di sollievo. Finalmente posò la piccola sacca che aveva con sé sul letto, ne estrasse una magliettina e uno slip puliti, si spogliò, prese l’accappatoio e si concesse una doccia ristoratrice. Il senso di rilassatezza che ne conseguì prese il sopravvento sui suoi pensieri, ed alla luce pulsante del neon che a tratti illuminava la stanza si addormentò…. per riaprirli  di colpo, dopo un lasso di tempo che non seppe quantificare, con l’impressione che ci fosse qualcuno nella stanza.
Scorse una sagoma ma,stranamente, non ne ebbe paura, solo aguzzò la vista per vedere meglio e vide un uomo non molto alto, stempiato, con baffi e pizzetto e una vividissima luce negli occhi. Alzò il braccio, puntò il dito  indice verso di lei e cominciò a parlare:
Francesca, Francesca, ti rendi conto di quel che hai fatto?? Hai smesso di lottare per i tuoi ideali, mettendo quei libri sotto al tuo sedere!  Senza il tuo apporto, come farà il partito di rivoluzione sociale a tramutarsi in partito democratico di riforme sociali??  Approfittando della tua distrazione c’è chi(**)nega la possibilità di dare un fondamento scientifico al socialismo e di provare che, dal punto di vista della concezione materialistica della storia, esso è necessario e inevitabile; si nega il fatto della miseria crescente, della proletarizzazione, dell’inasprimento delle contraddizioni capitalistiche; si nega l’opposizione di principio tra liberalismo e socialismo; si nega la teoria della lotta di classe, che sarebbe inapplicabile in una società rigorosamente democratica, amministrata secondo la volontà della maggioranza… (**)
Francesca ma che fai, dormi o mi ascolti? Francesca, Francesca???
- Francesca, svegliati!  Francesca… Dina la stava scrollando.  Francesca mi ascolti??? Che ti succede??? Blateravi di socialismo, liberalismo, lotta di classe….
- Ma dove sono, che ora sono???
- Sono le tre di notte e siamo a Roma, Francy.  Abbiamo cenato a Trastevere, siamo andate a letto tardi, abbiamo conversato fino a mezzanotte inoltrata, scherzando sui libri di Lenin che hai a casa e che vorresti usare come supporto per un materasso troppo morbido e poi ci siamo pian piano addormentate.  Salvo poi svegliarmi di colpo  a causa della tua voce alta  e tu  che sproloquiavi  nel sonno…
Dina era fatta così. Intelligente e ricca di cultura, Dina possedeva una sensibilità davvero altissima;  quando qualcosa non le piaceva si chiudeva a riccio non senza, prima, aver dato del pane al pane,  sincera e leale come ormai era raro trovarne. E a Francesca piaceva per questo. Una amica speciale che si teneva ben stretta.
- E Lenin dove è?
- Lenin? Sarà a Mosca, nel mausoleo  che lui non voleva.... ma che c’entra adesso Lenin???
- Niente Dina, niente, anzi scusami moltissimo, forse non ho digerito quei tontarelli cacio e pepe mangiati stasera; forse c’era troppo pepe o forse abbiamo abbondato con il vino, in fondo sono sempre un’astemia incallita!  Ho fatto solo un sogno che aveva i colori e gli odori  di un incubo . Le sorrise. Domani mentre facciamo la fila alle Scuderie del Quirinale te lo racconto, dormiamo ora !
Francesca spense la luce ma non riuscì a riaddormentarsi immediatamente. Aprì gli occhi sul rassicurante silenzio  che era ripiombato sulla stanza e, nel silenzio, udì Dina che cantava sottovoce: allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé…..!!!!  
Ma era proprio la voce di Dina??? Cantava in francese, ma aveva uno strano accento  tedesco con inflessioni polacche e sembrava provenire dal fondo buio della stanza…







NOTE:
(*) LENIN,   KARL MARX , EDITORI RIUNITI, 1972
(**)LENIN, CHE FARE?, EDITORI RIUNITI, 1968

domenica 19 febbraio 2017

Il mio porto sepolto



Sono mare e sono vento
dai due nata,  nel segno della tormenta.
Così la mia vita, incessantemente in tempesta
cerca un porto sepolto,  ove ritrovarsi. 


Sono ombra  e sono luce, compiendo 
nella prima il mio destino  e disertando la seconda.  
Non si sfugge alla mappa, ineluttabile,
delle proprie inquietudini.

(Sono ombra  e sono luce, compiendo 
nella prima il mio destino  e disertando la seconda.
Mi aggrappo con tenacia alla mappa
ineludibile
delle mie inquietudini.
volendola  riscrivere, la seconda parte la riscriverei così)

 

martedì 14 febbraio 2017

Quisquilie



Se  amare sta per amare, ovvero non dolci, significa che l’ arte di amare  è cercare di evitare gli zuccheri e ciò porta al suggerimento  di regalare cioccolato con una percentuale di cacao oltre l’ottanta percento.
Se invece  si pensa che l’amore sia a-more, ovvero senza  altro o non altro,  oggi si dovrebbe evitare accuratamente di fare progetti  di tipo sentimentale a lungo termine. 



venerdì 3 febbraio 2017

‘A cuda ni’ura



Ancora oggi ignoro il perché la signora si portasse appresso questo soprannome, che io ipotizzo lievemente dispregiativo, ma è con questo appellativo che la conobbi tanti anni fa.
Ero una bimbetta, avrò avuto nove o dieci anni, e il pomeriggio spesso giocavo davanti casa con i ragazzini del mio rione, rigorosamente dopo aver fatto i compiti, mio padre era inflessibile su questo.
Era un’epoca  che ai miei occhi odierni mi sembra lontana anni-luce e invece era solo "ieri". Nessun timore a lasciare le porte delle case aperte, c’era il vicinato che vegliava, con occhi sempre vigili; naturalmente ora so che era una sorta di controllo sociale, ma del quale, all’epoca, non sapevo nulla. Oggi so che, con tutte le  negative interconnessioni che comportava,  permetteva di crescere senza le ansie che contraddistinguono la società odierna.
Il controllo sociale, questo spauracchio che  nei paesini è sempre esistito  e che oggi si pensa non esista più. Ed invece esiste ancora, solo che ha la caratteristica  di cambiar  sempre pelle, con il cambiare della società stessa. Da controllo  delle coscienze e forse della moralità, con un sottofondo di bacchettonismo, chiamiamolo così,  che portava talvolta  a sposare comportamenti ipocriti,  oggi siamo passati al controllo della ricchezza, forse del potere, che denuncia tra le righe  una certa superficialità  e forse anche il controllo spasmodico delle apparenze. A  me sembra un grandissimo passo indietro,  una  becera involuzione dei costumi  e dei valori  di una società:  ma tant’è, non si può non registrarlo, perché altri non è che  il prodotto delle nostre azioni quotidiane.
Nella società odierna  ‘a cuda ni’ura sarebbe stata marginalizzata, tacciata di povertà, quindi assimilata a una lebbrosa, perché vestiva in maniera decisamente orignale: dava l’idea che i vestiti li scegliesse al buio, tanto erano male assortiti tra loro, ma è rimasta impressa nella mia memoria di bimba per un particolare curiosissimo: andava in giro con un paio di pantofole spaiate, ricordo nitidissimamente ancora oggi una pantofola estiva nera intrecciata davanti e una pantofola rosso mattone chiusa e con un fermaglio dorato. Così come ricordo me stessa immobile a guardare i suoi passi svelti, con quelle pantofole così vistosamente diverse, che si allontanava lungo la strada assolata e polverosa.
Per la mia mente di bimba la cui infanzia era stata decisamente benevola, era inconcepibile: perché mai camminare con due pantofole diverse, visto che io avevo sempre visto scarpe e pantofole uguali? Ne ero rimasta così turbata da rientrare a casa e parlarne con papà, al quale la descrissi  e che mi svelò il soprannome, che il nome non lo ho mai saputo. Una conversazione che ebbe, pressappoco, questo svolgimento:

“Ma perché la signora cammina con due pantofole diverse?”
“Forse perché non ne ha un paio dove siano uguali, forse ne ha persa una delle due.”
“E allora perché non gliene regaliamo un paio di nonna, papà?”
“Perché la offenderemmo, Piccola.  E poi non è che se una persona ha le pantofole uguali è per questo migliore delle altre persone.”

Lo so, questo è uno di quegli episodi che accadono nella vita e che non si esita a definire banali, ma che concorrono  a cambiare il corso della vita stessa, quando toccano l’anima. Ripensando oggi  al senso delle parole di mio padre, non mi meraviglia affatto se poi, nella mia esistenza, ho fatto scelte politiche, e non solo politiche, di un certo tipo.