giovedì 25 gennaio 2018

La solitudine

La solitudine 
non è mica una follia 
 è indispensabile |
per star bene in compagnia. 
G. Gaber



La solitudine è uno stato dell'anima che in molti ricercano nell'anelito di ritrovar se stessi, essa è però, per la maggior parte dell'umanità, uno stato di sofferenza dove lo stare da soli è visto come abbandono dal mondo. E’ una visione piuttosto recente, però, perché per moltissimi secoli, fino all’avvento dell’uomo moderno, la solitudine era considerata uno stato desiderabile, uno strumento di evoluzione personale fondamentale. A conferirgli una valenza negativa sono stati poi il razionalismo illuminista, la sociologia marxista e infine alcune correnti della  psicologia moderna.
Per fortuna la tendenza si sta invertendo e si assiste, oggi, alla rivalutazione della solitudine come strumento di rafforzamento di Sè e conquista del proprio essere più autentici, oltre che  come mezzo di emancipazione dal rumore sociale e dal pensiero standard collettivo indotto dai mass media.
 



Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
S. Quasimodo



Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.
E. Dickinson




Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,Ma sconsolato, volgerommi indietro.
G. Leopardi






Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d'esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c'è solo l'ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest'angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.
P.P.Pasolini



Nella carrellata di opere  precedenti ho riassunto la mia visione della solitudine attraverso la poesia e la pittura, ma avrei potuto egualmente rappresentarla attraverso la musica, la scultura, la letteratura in generale, etc. Mi piacerebbe conoscere la vostra rappresentazione della solitudine attraverso l'arte: quale musica, poesia, canzone, quadro, etc indichereste???


domenica 21 gennaio 2018

L'incertezza di un attimo (s)fuggente



Non innamorarti mai di una voce al telefono.
Non innamorarti mai dell'aspetto di una persona da dietro.
Leggi di Gillenson, tratto da “Le leggi di Murphy”.
Arthur Bloch

Finalmente le feste erano andate, trascorse, triturate  e disperse nei reticoli del tempo infinito che immobilizza e incita, che accarezza e gela. Rimanevano, come relitti di un naufragio sulla sabbia bianca, i giorni della routine, delle abitudini cristallizzate, della solitudine a volte bramata, spesso evitata più di un cerchio di spine intorno agli occhi.
Si guardò allo specchio e l’immagine riflessa le fece schifo: “una befana malandata” , si disse. Dove era finita quella luce vivida negli occhi, quella voglia di andare sempre oltre, alla scoperta di chissà cosa e di chissà chi?  Domanda retorica e sottilmente bugiarda la sua, a se stessa,ne era consapevole. Lo sapeva benissimo dove si era smarrita, persa, annullata.
Tutto era successo quando aveva rinunciato a rialzarsi, quando si era lasciata bruciare le ali dalla indifferenza come risposta alla cattiveria; quando, frantumati i suoni e i colori del sogno, aveva cominciato a vivisezionare la sua anima cercando, e annotando, ogni  azione  che le si era ritorta contro, come tanti boomerang. Non importa se si era trattato di dare ascolto a una affascinante e altamente acculturata figura virtuale, dalla voce calda e cadenzata,  bruscamente evaporata dalle sue orecchie e dal suo orizzonte, oppure quando le capitò  di scoprire all’improvviso i modi falsamente amichevoli  di una arpia dal cuore roso dalla cupidigia e dall’invidia.
“Ecco”, si disse, “ora puoi smettere di trastullarti in questo gioco assurdo che si chiama vita. Puoi mettere la mordacchia al cuore, ritirare i remi, buttarli vita e, finalmente, lasciarti trasportare unicamente dalla forza del vento, senza provocare attriti, faville, stridii e sofferenze. Restare in attesa del niente ammirando, semplicemente,  le nuvole cambiare forma e colore”.
“Hai guardato troppo a lungo il baratro, mia cara, ed ora sei il baratro, senza neppure una pianticella di fragole, che abbia un frutto con cui ristorare l’attimo fuggente ed eterno della tua fuga verso l’infinito del nulla, verso il tuo personale Lete”.



 Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger, su parole scelte a turno dai partecipanti, organizzato su Verba Ludica.

sabato 26 agosto 2017

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Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

Pier Paolo Pasolini