lunedì 4 marzo 2013

La sedia e la signora


La giuria si pronunciò, con voce piatta,
sul destino dell'uomo in cravatta:
A morte! Che la legge sia rispettata 
e la sua salma non tumulata.
Che si adempia l’ultimo oltraggio,
 sia trattato come cane randagio,
cadavere insepolto alla mercè 
di chiunque voglia  e senza un perchè.
Che non ci si azzardi a dargli suffragio
e che non abbia alcun necrologio.

La vecchia signora fuggì inorridita
da quell’assise così costituita.
Tremava di orrore e di sdegno
per una barbarie senza ritegno
che della vita aveva disprezzo.
La rivoluzione esige il suo prezzo
- mormorò,  con dolore, la signora –
e la umana pietà spesso ignora
Ogni azione vien livellata
ad un unico ideale asservita
senza limiti né distinzioni
processando azioni e intenzioni.
Che grande barbarie la condanna a morte
come può un uomo, di un simil la sorte
determinare, come può arrogarsi tal privilegio,
come riesce ad essere tanto malvagio.
Solo l’uso intelligente della ragione
gli fa cambiare - talvolta – opinione
facendogli intravvedere, oltre il suo odio
spiragli di luce , senza dissidio.
Se semini calunnie, litigi, odio, rancore, illazioni
questi ti ritornano, alimentando le tue frustrazioni;
solo il germe d'amore sarà ripagato
da pace interiore, armonia col Creato.

Il sole sulla signora spandea il suo tepore
ma non riusciva a scaldare il suo cuore
curva su se stessa, sulla sua umanità,
giunse infine alla sua dimora, e con dignità
salì fino in soffitta, dove stava, abbandonata
in un angolo,una vecchia sedia spagliata
e su di essa si lasciò andare
senza più niente da dire o da fare.
Era una piccola sedia di paglia e bambù
compagna fedele della sua gioventù
che l’aveva da sempre seguita
fin da quando era una bimba riverita.
Una sedia che aveva tanto da raccontare,
- una intera vita, senza farsi notare -
che aveva accolto , con uguale amore,
il vecchio bovaro e il grande signore.
Quando ancora profumava di fieno
aveva la bellezza dell’arcobaleno;
quando era ancora utile e vigorosa
aveva offerto ristoro alla signora, sposa;
poi del bimbo avea tenuto i balocchi
e della bambina raccolto i suo fiocchi.

Ma il tempo passa, restan solo le tracce
che sian rughe di viso  o fili d’erbacce;
la signora e la sedia eran simil parecchio
l’una dell’altra eran lo specchio:
un po’ di polvere, tanta umiltà
una vita vissuta in gran dignità,
fino a quest’ultimo, grande dolore,
come può essere un figlio che muore.
Stavano lì, sotto i raggi obliqui del sole
in un silenzio   che grondava parole;
poi, piano, in un sussurro arrivò la sera 
non si distinguevano testa e spalliera
l'una taceva i suoi occhi asciutti
l'altra accoglieva i suoi sogni distrutti.
La notte, amorevole amica dalle tante stelle
stese su entrambe le sue mantelle,
le cullò con una dolce e lieve nenia
e da questa terra se le portò via.



9 commenti:

  1. Mi è piaciuta tantissimo, e poi sono una fanatica delle seggioline impagliate piccole che si portano dietro dall'infanzia!

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    1. Lietissima che ti sia piaciuta, MG :-)

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  2. Bella. All'inizio pensavo di risponderti col processo ad un morto, papa Formoso, a tal uopo riesumato e rivestito con gli abiti papali per essere processato e condannato alla dispersione del corpo in Tevere. Ma sarebbe stato un erudito fuoritema.
    Ti rispondo invece con questo racconto di un famoso scrittore:
    Mi hanno sparato e sono morto
    Quella pallottola, da quanto tempo è in orbita? Non lo sai neanche tu che ce la tieni. Ma io so tutto di te, e posso dirti che ci fu un’età, tanti anni fa, in cui un demone ti insinuò nella mente l’incruenta lusinga di un decorativo grafismo che radendo a volo la crosta terrestre tutta la coprisse di sempremai nuove curve, come fa attorno al gomitolo il filo: senonché, vanendo labil ne l’aere, quel segno poteva aver permanenza solo nel suo ininterrotto slancio in avanti. La corsa di quel signo labente, quanto ti piaceva! perché la sapevi alimentata da una energia inesauribile, e perché la sapevi tornare e ritornare, incrociando nei cieli, sopra i medesimi luoghi dove tu, miserello, giacevi. Ti bastava pensare quel punto orbitante per sentirtene rapito, come se volando con lui tu avessi la visione di continenti e di oceani vorticosamente vorati.
    Ma morire, continuavi a morire nelle tue sparatorie. Ti chiamassi Jack o ti chiamassi il Senza-nome andavi eroico nei canyons della mente, malinconico molto: tutta la tua nobiltà mettevi in quel certo modo di star sulla sella e in una piega del sorriso presago: all’infinito arrivavi in solitudine immensa, smontavi, legavi il cavallo alla staccionata con un nodo di astratta vaghezza, caracollavi intensamente sapendo in ogni movimento una intraducibile e pur esatta pregnanza. Un laccetto di cuoio, la madreperla di un calcio erano così sublimi, e tu ne eri tanto consapevole, che non avevi bisogno d’altro: per cui potevano crivellarti lì, già lì davanti al saloon, prima ancora di ogni articolata avventura: ti crivellavano anticipatamente e tutto rimaneva in potenza, lo sapevi tu solo ma chi altri avrebbe dovuto saperlo? la bellezza di quella morte era nella sua virginalità, morivi puro, morivi senza che i tuoi occhi avessero saputo le abominevoli facce dei nemici, e per questo dovevi morire senza un lamento, a ogni proiettile un sussulto, poi il lento crollo, fisso nel nulla lo sguardo. Ma in quel culmine si concentrava un tal sentimento d’arte, che il crollo andava più degnamente preparato: sicché ricominciavi da capo, arrivare, smontare, legare, caracollare, ancora arrivare, smontare, legare, caracollare, nessuna lentezza ti sembrava mai abbastanza sospesa, nessuna allusione abbastanza coperta, tutto in estrema eleganza perché più iniquo ti fosse il destino, più struggente il compianto. Quando finalmente non ti rialzavi più, indugiavi ancora un istante a contemplarti in solitudine prima che dal saloon traboccassero a vederti, sudati, congesti, all’apparenza trionfanti ma veridicamente sgomenti, svuotati com’erano dalla contrastiva significazione che da te promanava, da te che ne eri l’almo sole ormai spento. Così contemplavi il tuo cadavere, approvandone amorosamente la forma. Steso nel fango ti tenevi dentro inespresse tutte le tue virtù, la tua velocità ineguagliata: restavi il migliore perché ti avevano ucciso a tradimento, e senza toglierti nulla la morte ti abbelliva della
    sua tremenda maestà. ......

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  3. non c'entrava tutto sopra.....Guardare il tuo cadavere con gli occhi di quei bifolchi, allora, era come sognarti, e in quella gloria tu trovavi – solo così la trovavi – in quella gloria tu bambino angosciato trovavi la pace.
    “Mi hanno sparato e sono morto” commentavi con la soddisfazione che danno le cose precise, e anche quando quella scena si era dissolta tu continuavi per molto tempo a ripeterti le stesse parole. “Mi hanno sparato e sono morto”, quante migliaia di volte avrai pronunciato questa frase? Camminavi verso la scuola, e un odio cupo ti prendeva verso tutti i compagni; elaborando per loro mille morti diverse ti riscaldavi in un’esaltazione che presto putrefaceva in veleno: ancora un poco lottavi, ancora un po’ ti accanivi, poi, al sommo dello spasmo guerriero, ti sottraevi a quell’intollerabile peso. “Mi hanno sparato” sibilavi, e già ti sentivi più leggero, già gli odiati volti sbiadivano; quindi con voluttà “mi hanno sparato” ripetevi, “sparato, sparato, sparato”: e solo allora, quanto tutto era rimpicciolito
    dalla lontananza, ponevi alla tua liberazione il suggello: “e sono morto”. Adesso il portone della scuola poteva
    dischiudersi e lasciar debordar la canaglia: il tuo cadavere era pronto, supino nella segatura davanti ai tre gradini dell’ingresso, magnificamente inattuale.
    O guardavi non visto la creatura che faceva scempio del cuore tuo: la guardavi salire sul motorino di un inguardabile e fremevi, ma se solo bisbigliavi il tuo lutto ogni cosa d’incanto tornava a collimare e l’universo era congruo. Loro, sì loro ti avevano ucciso, e insensibile irraggiungibile argilla tu non li conoscesti mai, difeso dal nulla sempre altrove tu fosti, mai tu, il più veloce, mai mai mai tu di motorini sapesti.
    Eppure, anche se quella formula sapeva ogni volta placarti con il dono di una sorprendente dulcedo, ti restava la spina della dipendenza dallo sparo d’altrui. Perché la tua purissima fine si appenducolava pur sempre in qualcosa di impuro, in una umana intenzione che rilasciava un remoto sentore di sé nella pace cosmica creata dal tuo esanime crollo. Dunque a tutela di una più assoluta sottrazione delle pene hai vagheggiato di volta in volta un’arma che sparasse spontanea per dura necessità del metallo; un meato che ti si aprisse nel cuore senza penetrazion di balismo; una pallottola che divagasse da altro e lontano duello, da irrelata e pollaiuolesca battaglia; infine il tuo stesso sparo, che attraversando le carni del nemico continuasse sua corsa lungo la superficie terrestre fino a tornarti irrallentato alle spalle: dove sprofondando come un seme di morte esauriva il suo impeto (quanto era insieme epicamente aspro e liricamente dolce allora, mirassi a un cuore o a un cervello, sapere che il bersaglio vero lo portavi sul dosso, fra scapola e scapola). Finché, contemperando fra loro queste due ultime figurazioni, una sera d’ottobre le facesti scivolare naturalmente in quel tuo più antico graffito celeste.......

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  4. ultima tranche.....Avesti così una pallottola e un’orbita. Una pallottola eterna che orbitava sicura anche quando non ci pensavi o dormivi, un’orbita ch’era l’appuntamento perpetuo fra quel metallo e il tuo cranio. E davvero non sapremmo ridire il piacere che provavi nel pensar quel projetto mentre incontrastato forava il legno degli alberi, il mattone e il cemento delle case, il ferro delle putrelle, il ghiaccio delle rupi, il ghiaccio e dentro, più dentro, la pietra. Ora fu proprio questa lusinga a risucchiarti per sempre: che non si dava durezza che non fosse pervia a quel cammino, che per quanto estese le nere viscere della materia non sapevano rallentare quell’infinita velocità: e che tutto era insieme facile e arduo come le cose immani e che di quell’immanità tu partecipavi in segreto come un predestinato e che per mirabile incoerenza eri sia la roccia sia la linea che la attraversava sia la pallottola sia la tua tempia ma più magneticamente la tempia, e che c’era un sugo squisito in quella fatalità così stilizzata, ed era l’imperfetta passione di un tuo misero ma indispensabil saltello. In questo conato si esauriva il tuo personale contributo alla macchina celeste: dove l’orbita ti era offerta come la suprema occasione, e dove il saltello era l’arrisicato modo di volerla, e pateticamente anelandola, di meritarla. Perché se non ci avessi messo il tuo almeno quel disarmonico sforzo la rituale bellezza dei balistici giri sarebbe stata incognita e vana, e motivo di ulterior struggimento.
    Questo dunque fingevi e rifingi: di essere in vastissimo arengo insieme a migliaia di persone assiepate, e di sapere tu solo che la palla sta arrivando ad un’altezza di circa due metri e mezzo dal suolo, e di attendere il giustissimo incrocio, e di saltare – tu solo – svettando su quella distesa uniforme di teste, e di ricevere in capo la perforazione agognata, e di rimanere così sospeso a mezz’aria quel tanto da poterti dire

    Mi hanno sparato e sono morto

    e quindi dissolvendoti scomparire dal tuo stesso sogno per mai più ricadere di sotto, nell’inamabile.



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  5. Non conoscevo questo brano, sono andata a cercarlo, è di Michele Mari. Nella mia abissale ignoranza non conoscevo neppure lui, ovviamente.
    Una situazione quasi subliminata di struggimento, dove il protagonista parla in maniera quasi surreale della propria morte.
    L'assurdità di un gesto, una cornice storica che sembra preistoria ma che è quotidianità, perchè mai l'uomo ha smesso di uccidere il proprio simile.
    Forse questo volevi dirmi con questo commento, Giù? :)

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  6. Come nella tua poesia si parte dalrifiuto di una realtà " inamabile".
    In entrambe non si trova una solapossibilità di accettazione, da parte della società, della propria anima. In entrambe l'unica soluzione è il dissolvimento. Cambia saolo la cornice, i dettagli ininfluenti. L'unica differenza è che nel " mio" racconto si rifiuta con sdegno anche la pietà, la melanconia, la saudade; sarebbe il cavallo di troia dell'inamabile ( che si sarebbe voluto amare se fosse stato possibile, se non fosse stato totalmente inaccettabile).

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  7. Anch'io sarei fuggita da quell'assise così costituita.

    Povera signora, che lasciò questa Terra con quel peso sul cuore, solo consolata dalla sua seggiola e dai suoi dolci ricordi.

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  8. ciao che piacere ritrovarti io sono su wordpress anche con la nostra commedia

    http://jalesh.wordpress.com/
    http://lanostracommediajalesh.wordpress.com/

    Fammi un cenno se vuoi partecipare ci sono nuiovissime iniziative...un abbraccio bisous

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