sabato 8 giugno 2013

Il Silenzio

“Il suono del disco che cade sul piatto è un sospiro veloce, che sa appena un po’ di polvere. Quello del braccio che si stacca dalla forcella è un singhiozzo trattenuto, come uno schioccare di lingua, ma non umido, secco. Una lingua di plastica. La puntina, strisciando nel solco, sibila pianissimo e scricchiola, una o due volte. Poi arriva il piano e sembrano le gocce di un rubinetto chiuso male e il contrabbasso, come il ronzio di un moscone contro il vetro chiuso di una finestra, e dopo la voce velata di Chet Baker, che inizia a cantare Almost Blue.
A starci attenti, molto attenti, si può sentire anche quando prende fiato e stacca le labbra sulla prima a di almost, così chiusa e modulata da sembrare una lunga o. Al-most-blue... con due pause in mezzo, due respiri sospesi da cui si capisce, si sente che sta tenendo gli occhi chiusi.
Per questo mi piace Almost Blue. Perché è una canzone che si canta a occhi chiusi.
Io, con gli occhi chiusi, ci sto sempre, anche se non canto. Sono cieco, dalla nascita. Non ho mai visto una luce, un colore, un movimento.
Ascolto.
Scandaglio il silenzio che mi circonda, come uno scanner, uno di quegli apparecchi elettronici che spazzano l’etere a caccia di suoni e di voci e si sintonizzano automaticamente sulle frequenze occupate. So usarli benissimo, gli scanner, quello che ho dentro la testa da venticinque anni, fin da quando sono nato e quello che tengo in camera mia, accanto al giradischi. Se avessi degli amici, se ne avessi, di sicuro mi chiamerebbero Scanner. Mi piacerebbe.
Io di amici non ne ho. Per colpa mia. Perché non li capisco. Parlano di cose che non mi riguardano. Dicono lucido, opaco, luminoso, invisibile. Come in quella favola che mi raccontavano da bambino per farmi dormire, in cui c’era una principessa così bella e con una pelle così fine che sembrava trasparente. Ci ho messo tanto, tante notti sveglio a pensare, prima di capire che trasparente voleva dire che ci si poteva guardare dentro.
Per me significa che le dita ci passano attraverso.
Anche i colori per me hanno un altro significato. Hanno una voce, i colori, un suono, come tutte le cose. Un rumore che li distingue e che posso riconoscere. E capire. L’azzurro, per esempio, con quella zeta in mezzo è il colore dello zucchero, delle zebre e delle zanzare. I vasi, i viali e le volpi sono viola e giallo è il colore di uno strillo. E il nero, io no riesco a immaginarlo, ma so che è il colore del nulla e del niente, del vuoto. Però è solo una questione di assonanza. Ci sono colori che per me significano qualcosa per l’idea che contengono. Per il rumore dell’idea che contengono. Il verde, per esempio, con quella erre raschiante, che gratta in mezzo e prude e scortica la pelle, è il colore di una cosa che brucia, come il sole. Tutti i colori che iniziano con la b, invece sono belli. Come il bianco o il biondo. O il blu, che è bellissimo. Ecco, ad esempio, per me una bella ragazza, per essere davvero bella, dovrebbe avere la pelle bianca e i capelli biondi.
Ma se fosse veramente bella, allora avrebbe i capelli blu.
Ci sono anche i colori che hanno una forma. Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa. Ma le forme non mi interessano. Non le conosco. Per conoscerle bisogna toccarle e a me toccare non piace, non mi piace toccare la gente. E poi con le dita sento solo le cose che ho attorno, mentre con le orecchie, con quello che ho dentro la testa, posso arrivare lontano. Preferisco i rumori.
Per questo uso lo scanner. Tutte le sere, salgo in camera mia e metto sul piatto un disco di Chet Baker. Sempre lo stesso, perché mi piace il suono della sua tromba, tutte quelle p, piccole e profonde, che mi girano attorno e mi piace la sua voce che canta piano, come se venisse da dietro la gola e facesse fatica a uscire e per farlo si dovesse soffiare con tanto impegno da dover chiudere gli occhi. Soprattutto quel pezzo, Almost Blue, che io punto per primo, anche se è l'ultimo. Così tutte le sere e tutte le notti aspetto che Almost Blue mi scivoli lentamente in fondo alle orecchie, che la tromba, il contrabbasso, il pianoforte e la voce diventino la stessa cosa e riempiano il vuoto che ho dentro la testa.”
 

Questo che leggete è passo tratto dal libro di C. Lucarelli, Almost Blue, che prende il titolo dal brano suonato e cantato da Chet Baker. E' un brano che amo moltissimo, si attaglia alla mia "Essenza",  mi perdo in quel suono pacato, e lento, della tromba; la voce di Chet, roca di quell'alcool e droga che lo avrebbero ucciso, mi da ad ogni ascolto  i brividi, letteralmente.
Le parole del brano sono di F. Costello e dal libro ne è stato tratto un pessimo film, che ha "rovinato" l'atmosfera che le parole di Lucarelli avevano saputo creare. 

Come si fa ad ascoltare il mondo, con i suoi suoni e colori, attraverso le note di una canzone? Bisogna esser ciechi per recuperare la capacità all'ascolto dell'altro/a, oppure anche questo è impossibile - in una società dove tutti son ciechi - come ci dice Saramago nel suo "Cecità"?
Come si fa ad “ascoltare”? Come si fa ad ascoltare i silenzi e l'anima di chi ci sta accanto, di chi incontriamo, se ciascuno di noi è capace solo di parlare, se cerca solo, e affannosamente, di farsi ascoltare?
Essendo, come siamo, un prodotto di una società che corre e che fagogita tutto velocemente, siamo ancora capaci di ascoltare il mondo che è intorno a noi?
Siamo capaci di ascoltare noi stessi, come condizione "base" per, poi, sapere -e poter -ascoltare gli altri?

12 commenti:

  1. difficile staccarsi da queste note ...
    così umide che bagnano l'animo

    così difficile ascoltarsi, che tema francesca ... crescendo in questa società di solitudine ascoltarsi è spaventoso
    e suonare le parole come sonar per percepire l'altro, ancora più difficile, se rimanda qualcosa che non vogliamo sentire?
    forse per questo parliamo alto e vuoto? per non sentir paura?

    così fragili da soli ... ma perchè consentiamo che ci disgregrino, perchè non restiamo uniti per stare bene, sarebbe anche più facile l'ascolto se circondato da un abbraccio che tiene e contiene ...

    un bacio cara, buona notte

    riascolto almost blue stasera vorrei addormentarmi cullata da quel suono

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    1. Note dolorose, Anna e, allo stesso tempo, dolcemente intime. Credo sia per questo, che Lucarelli ha costruito intorno a questo brano tutto il suo libro. Ascoltandolo non si può rimanere indifferenti, almeno per certe sensibilità.
      Riflettevo sulle tue parole, Anna, ci son stata dieci minuti buoni a fissare le tue parole, cercando di leggermi dentro, di trovare dentro di me la risposta, tra le pagine della mia esperienza di vita.
      Io amo molto il silenzio, l'ho cercato, a volte l'ho subito.
      Quando è stato ricercato, voluto, è stato foriero di ascolto verso me stessa; solo nel silenzio ho ritrovato frammenti di me, magari dolorosi, ma che andavano elaborati. Solo in questo tipo di silenzio, riuscendo ad ascoltare me stessa, son riuscita a percepire "gli altri" intorno a me.
      Quando invece mi son trovata a subirlo, lo stesso silenzio, quando mi è stato imposto, ho potuto verificare che urlava la mia solitudine, ed in queste urla non percepivo nessuno accanto a me, nessun "altro da me".
      Quindi concordo con te, ascoltarsi, ed ascoltare gli altri, nella solitudine che questa società ci impone, è impresa immane, è una fatica di Sisifo che ci rimanda sempre indietro, ci ricaccia nell'isolamento. Perché tanto più forte urla, a mio avviso, meno si "sente", meno ci si sente, meno ci si, e si, ascolta.
      Fragili da soli, ma condizione indispensabile di consapevolezza, per poter essere forti, forti in questa solitudine.
      Solo chi ama la propria solitudine, sa amare gli altri.
      Grazie:) bellissimo commento

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  2. Io ho avuto per tre anni un'alunna cieca. Eravamo tutti molto preoccupati prima che arrivasse, ma lei era così brava che se la cavava molto meglio di noi. Suonava il piano, sciava, nuotava, scriveva come un'adulta e percepiva i nostri stati d'animo, i nostri silenzi. Avevamo seguito dei corsi per prepararci al suo arrivo e mi aveva colpito il racconto di una persona che aveva riacquistato la vista, per un breve periodo, per perderla poi di nuovo.Niente era come si era sempre immaginata e non riusciva a riconoscere nulla, se non toccando di nuovo. Tornando nel buio aveva cominciato a sognare e a "vedere" nei sogni. Ogni notte sperava di sognare, per poter ancora vedere. Ma, poco alla volta, la sua quotidianità l'aveva assorbita e aveva ricominciato a sognare senza immagini, solo con i suoni.

    Siamo ancora capaci di ascoltare? Bella domanda. Forse stiamo un po' dimenticando come si fa, ma dovremmo sicuramente sforzarci c'imparare di nuovo.

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    1. La tua esperienza di prof sensibile al mondo intorno che la circonda, mi è sempre di grande insegnamento, Kathe :) e di questo non finirò mai di ringraziarti.
      La storia che tu hai raccontato, mi ha riportato alla mente alcune esperienze da me vissute, come sai ho lavorato moltissimi anni con bambini disabili. C'era un bambino, in particolare, che "rifiutava" qualsiasi persona di sostegno gli si assegnasse, percepiva evidentemente il loro distacco, la loro non accettazione, finché non gli fu assegnato, come sostegno, un uomo di una sensibilità acutissima e provvisto di un grande senso di responsabilità. Solo con lui , questo bambino, riusciva a compiere alcuni atti indispensabili allo stare insieme.
      Vi è da dire che il bambino in questione aveva una disabilità plurisensoriale, non vedeva, udiva, parlava, quindi un mondo difficilissimo da "penetrare".
      Spero che l'uomo di cui parlo, di cui mi onoro essere amica e che legge questo blog ogni tanto, possa leggere questo tuo commento.La sua testimonianza sarebbe interessantissima.
      Quando uno dei sensi viene a mancare, specie quello importantissimo della vista, di solito si rafforzano gli altri quattro sensi, a cui se ne aggiunge un quinto per compensazione, che poi è il senso dell'empatia, della capacità di percepire gli altri, in una qualche maniera.
      Siamo ancora capaci di ascoltare??
      Credo di sì, credo che, in ogni caso si possa imparare e re-imparare. Tutto è possibile se la nostra sensibilità e curiosità verso noi stessi e verso la società che ci circonda, è così forte da "spegnere" le urla di chi, come diceva Anna, alza i toni della voce per non sentire l'eco che proverrebbe dalla propria anima.
      ps: come vanno gli ultimi "fuochi" a scuola??? :))

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  3. C'è anche il valore aggiunto di riscattare un momento ritagliato oltre la frenesia imperante, il solco del vinile di quel "piatto" che pochi sanno ancora assaporare, l'introspezione che accompagna in parallelo lo spiegamento delle note che si trasformano fra le loro sospensioni. Sono amico del silenzio (e di ciò che lo correda) quando in privato delicatamente mi scuote a percepire l'essenzialità, fuori dal frastuono, riscattando il tempo bruciato. E prima di sospenderlo, quando credo almeno di aver capito bene l'immediata risoluzione del frangente, lascio in stand-by i miei personali scanner per attingere anche quello degli altri. Non è sempre facile ...non sempre si riesce, ma ritengo importante e doveroso continuare comunque nei tentativi. Costa poco ... e di solito quasi nulla va sprecato, se si vuole.

    Raymond
    (o Simone, è la stessa cosa :-)

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    1. Che bel commento, Simone (posso chiamarti così? :) Mi piace molto come nome)
      E' confortante incontrare sul proprio cammino, in questo caso virtuale, persone di "simil sentire".. si ha la bella sensazione di non essere soli, pure senza il frastuono della "folla", consentimi la forzatura, visto il tema
      "Non è sempre facile ...non sempre si riesce, ma ritengo importante e doveroso continuare comunque nei tentativi."
      E' la fatica di Sisifo, di cui "parlavo" con Anna, solo che non è inutile come la sua; il nostro tentare e ritentare è una fatica che qualche volta premia perché, come dici tu, nulla va sprecato: fosse anche una sola persona la persona che si incontra, capace di ascoltare e sentire", ne sarà vala la pena. Senza contare che che è azione che si fa per se stessi, soprattutto. Perché è solo partendo da questo, che si riesce a volgere il proprio sguardo, e mente, e anima, agli altri.
      Molto bella l'immagine dello stand-by, quell'attesa paziente degli "altri da se stessi", dei loro silenzi carichi di significato e.. di ascolto. Sai l'immagine che si è formata nella mia mente?? Una spiaggia sabbiosa e assolata al tramonto, dove l'unico suono è la risacca, nel suo andare ed essere, allo stesso tempo. Un "Andare" ed "Essere" d'attesa....

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  4. ascoltarsi richiede molta introspezione
    e pochi sanno farlo
    ci si parla addosso, si urla, si pretende ciò che non si sa dare

    e la fragilità apre ferite di dolorosa solitudine

    ....

    ti abbraccio

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    1. Vero, Lu. Ascoltarsi è un ripiegarsi verso se stessi con la consapevolezza del cercarsi. Ci vuole impegno ma anche ricerca, ci vuole onestà mentale ma anche umiltà: umiltà nel capire quali siano i propri limiti e anche le proprie risorse. Forse solo così si riesce a non "parlarsi addosso; forse solo così la propria fragilità (che è in ciascuno di noi)riesce a tramutarsi da limite in risorsa.Forse.
      Un abbraccio che ricambio :)

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  5. ..se ascoltiamo, qualche cosa o qualche d'uno si esprime...il flusso è sempre, o quasi, monodirezionale. Per questo abbiamo bisogno talvolta di invertire il flusso, ed esprimerci e farci ascoltare. E' una questione di misura, e non c'è una misura unica. Io ho l'immensa fortuna di abitare in campagna, e di avere la possibilità di sentire il rumore che fa una foglia quando cade...e quando lo dico spesso mi guardano come fossi matto, o nel migliore dei casi originale. So che qui non sarà così, ed è questo il succo del discorso. Spesso possiamo parlare ma non ci ascoltano, troppo presi dalla futilità della loro brama d'imposizione, seppure non pericolosa. Per cui o si sceglie la massa o si scelgono le persone. Probabilmente sono un po' misantropo, ma spesso preferisco i miei silenzi alle chiacchiere, spesso preferisco ascoltare la natura piuttosto che parole. Eppure capita di incontrare chi è in grado di riempire i tuoi buchi con poche pennellate cariche di significato. Ecco, leggere quel brano, ascoltare la musica hanno un senso che travalica il significato stesso delle parole, che sembrano mescolarsi, miscelarsi in una sensazione dagli echi infiniti. E' proprio vero che gli attimi sono il vero senso della vita...
    ...grazie di avermi ascoltato...grazie di esservi fatti ascoltare...

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    1. Sysiena, benvenuto tra le mie Note:)
      Non credo affatto tu sia misantropo, permettimi questa arbitraria considerazione, visto che non ti conosco. La mia considerazione è basata, naturalmente, su quel che mi "arriva" dalle parole che hai lasciato in questo significativo commento. Credo sia lampante che tu scelga le persone e non la massa, non fosse così non credo avresti mai fatto caso al rumore della foglia che cade. Ed una persona che riesce ad avvertire questo singolo, lievissimo, rumore è una persona che sa ascoltare se stesso e, quindi, anche le poche persone che ha "scelto" di ascoltare. Non ci vedo misantropia in questo, ci vedo amore invece. Un tipo di amore universale, fatto di ascolto consapevole, che necessariamente non può essere diretto alla massa: perderebbe la sua peculiarità.
      Tu scrivi:
      [i]"Spesso possiamo parlare ma non ci ascoltano, troppo presi dalla futilità della loro brama d'imposizione, seppure non pericolosa."[/i]
      ... ecco, io a questo tipo di realtà mi riferivo , quando parlavo della società "veloce" in cui siamo immersi, una fagogitosi che assimila senza conoscere, senza approfondire alcunché, dove tutto diventa superficiale ed obsoleto, come se andare velocemente nella vita garantisse una maggior quantità di Conoscenza, una migliore qualità della vita.
      Io amo la lentezza, amo soffermarmi sulle cose oltre che sulle persone... sarà per questo che amo tanto questo brano. :-) Mi proietta in un'altra "dimensione", una dimensione introspettiva, come scriveva Blue e .... son felice quando incontro sul mio cammino persone che "sento" affini :)
      Grazie per la tua presenza, per le tue parole :)

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  6. molto interessanti gli apporti su questo post

    aggiungo un altro aspetto dell'ascolto che si prova quando si riesce a stare con alcune persone bene in silenzio

    non a lungo, ma quel tanto che rispetta la serenità del riconoscimento reciproco, piacevole, amorevole, rispettoso

    non è facile, occorre intimità, anche e sopratutto con se stessi, oltre che con l'altro

    ma include uno stato di benessere che da il senso della sicurezza, dell'abbandono di pesi


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    1. Anna è quel tipo di ascolto che, come dici tu, fa bene all'anima ma che è possibile solo quando tra due persone c'è empatia, condivisione... quello stato di cose che fa sì non ci sia bisogno di parole poiché tutto è "compreso", sentito...
      Grazie :)

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