giovedì 11 luglio 2013

Strage infinita


E’ inutile che tenti di fiaccare
con giustificazioni inutili e tardive
la stoltezza dei tuoi atti e le parole
atti ad assumere potere su di me.

Rassegnati al destino dell’astratto
ché oramai non sento la tua voce
un mormorio tra tanti, nella rete
che riunisce i fantasmi del passato.

Ora son io, uccisa dall’offesa
che tu recasti alla mia persona,
a far di te incudine indefessa
di quel che sei, di quel che sarai.

Sarai marchiato al fuoco dell’infamia,
distintivo che porterai addosso
come se fosse medaglia di viltà:
quello sarà il cinturone delle tue catene.

È poca cosa, la tua turpe nomea,
lo so, non me lo dire, lo so già
me lo ricordano quelle scarpe rosse 
posate sul cartello col mio nome:

Stefania Noce, di anni ventiquattro
uccisa perché donna, come troppe altre,
e con tutte in comune la sol colpa di amare
chi ha confuso amore con odio e potestà.



15 commenti:

  1. Un pugno nel cuore. Necessario per chi ancora non capisce e non sa distinguere amore da possesso e odio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non sa distinguerlo per tantissime ragioni, ma soprattutto non sa farlo perché ha deficienze culturali ( e non parlo di titolo di studio o di classe sociale, che purtroppo tale gap è diffuso e trasversale, e non conosce limiti di età, ceto sociale, etnia...)

      Elimina
  2. ...lo dico anche qui...è compito della scuola... ma anche dei mezzi di comunicazione...per sradicare quel bandolo famigliare che reitera l'educazione sbagliata...per creare nuovi padri, ma anche nuove madri..
    Un abbraccio.
    Buon fine settimana.
    Andrea

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo, Andrea... il femminicidio ha origine nella cultura di provenienza e, come dicevo a Daniele, è trasversale nella società. Non importa che lavoro si faccia, quanti soldi si abbiano, che ruolo sociale e che età si abbia.
      E' compito della scuola tentare di sradicarlo, ma anche della famiglia e di tutte quelle istituzioni che possono incidere sui modelli culturali maschilisti, misogini e superficiali che imperano. Deve essere, a mio parere una azione sinergica tra tutti questi attori sociali, ognuno per il suo ruolo.

      Elimina
    2. Buon fine settimana anche a te,
      Un abbraccio
      Francesca

      Elimina
  3. Quello che lascia perplessi è che, scuola o non scuola, in teoria saremmo in Italia nel 2013..

    In pratica dove siamo? Non lo so più.. :(

    Un saluto (amaro)
    Manlio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Siamo in un paese (il minuscolo è d'obbligo in questo caso) che è ancora fermo ad una mentalità maschilista e misogina, dove da un lato c'è una parte della popolazione maschile che si sente franare il terreno sotto ai piedi , davanti alla consapevolezza femminile, dall'altra non c'è da parte delle istituzioni (minuscolo obbligatorio anche qui) la voglia di incidere con azioni forti su questo campo, come per esempio è stato fatto in Spagna, dove i femminicidii si sono dimezzati in pochissimi anni grazie ad una azione sinergica di informazione capillare da una parte, e legislazione appropriata dall'altra.
      Capisco la tua amarezza, Manlio, e la condivido.

      Elimina
  4. "Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo.
    Amare troppo è calpestare, annullare se stesse per dedicarsi completamente a cambiare un uomo "sbagliato" per noi che ci ossessiona, naturalmente senza riuscirci."

    Questi due pensieri sono tratti dal Libro Donne che amano troppo della psicologa Robin Norwood già negli anni '70-

    Poi viene tutto il resto che è doloroso e vergognoso per la comunità. Ma noi donne dobbiamo imparare a volerci bene, a stimarci, a non permettere che anche la violenza sia gesto d'amore.

    sherazade

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Conosco quel libro, Shera. Infatti è un libro che farei leggere a tutte le donne, perché manca troppe volte in noi la consapevolezza del nostro valore ma anche la cecità del non voler vedere "chi" abbiamo di fronte.
      Ho conosciuto Stefania Noce per caso, imbattendomi in alcuni articoli sulla rete. Per quel che ho letto ed ho capito, lei era una ragazza con una cultura elevata, con un impegno sociale acclarato; era una ragazza femminista che aveva partecipato alla manifestazione di " Se non ora quando" (c'è una bella immagini di lei al corteo con un cartello in mano che recita "non sono in vendita") Che aveva scritto articoli sulla condizione femminile. Questa è una sua frase:
      “Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione”."
      tratto da un articolo che posterò in un commento a parte. Quindi una donna consapevole, intelligente, che sfugge alla casistica delle stereotipo che vuole la donna succube.
      Mi ha colpito moltissimo il suo caso, devo dirlo.

      Elimina
  5. Credo che sia fondamentale (ri)educare attraverso la consapevolezza dell'emotività.
    Comprendere le emozioni e l'affettività e tutto ciò che riguarda la sfera emotivo-affettiva.
    E questo non può faro solo la scuola.
    E' qualcosa che inizia fin da piccolissimi...poi la scuola può integrare ed aiutare ma ad un livello diverso.
    Educare al rispetto di sè e degli altri per diventare adulti consapevoli.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Condivido assolutamente in toto le tue parole, Blue.
      Tu, da insegnante, hai esperienza della difficoltà di trasmettere questi valori in una società dove succede anche che le madri dei "bulli" puniti per qualche azione violenta, vadano a scuola a lamentarsi degli insegnati che li hanno puniti; dove succede che genitori di ragazzi violenti si scaglino contro gli insegnanti in molte maniere, dalla denigrazione alle minacce.
      E' la società tutto che deve cambiare!!! E' una azione culturale che deve svilupparsi in profondità e capillarmente, per poter sperare di poter fare, un domani, di quei ragazzi qualcosa di diverso di quel che sono adesso, per quanto riguarda l'argomento. E la scuola, da sola, non ce la può fare, senza la partecipazione attiva degli altri attori sociali.

      Elimina
  6. Pensavo, tra me, che se si potesse intercettare con un intelligente invenzione il mutamento da amore ad inconsapevole sottomissione, con segnale chiaro e allarmante, si risolverebbe buona parte di questo tristissimo problema. Capire, ma anche gli altri capire, i più prossimi, quelli che possono fare le sentinelle contro questa sorta di degenerazione che è una fra le prime vergogne del genere umano. Nessun popolo può considerarsi davvero civile finché avverranno certi fatti con continuità... No, è un dovere vigilare, e ricercare.
    Sempre!

    Simo Ray

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ray, come non essere d'accordo con te???
      L'invenzione di cui parli, io credo sia quel che scrivevo nei commenti precedenti: l'azione sinergica di più Agenzie di socializzazione del territorio, quella formativa, educativa... insieme ad una più accurata e mirata legislazione e ad una capillare e costante informazione.
      Quindi, innanzitutto, la famiglia e poi, a seguire tutto il resto. Perché è nella famiglia, innanzitutto che l'uomo impara ad essere tale. Se veniamo allevati da lupi diventiamo uomini-lupo, se veniamo allevati da uomini diveniamo “uomini”. E' nella famiglia quindi, e, attraverso questa, nei rapporti con gli amici, la scuola, il mondo del lavoro, la società nel suo complesso, che possiamo sviluppare la nostra umanità, che diventiamo uomini e donne nel senso pieno del termine, che impariamo a muoverci, a parlare, a provare emozioni, a conoscere la realtà e a vivere in essa. A conoscere la realtà e a Vivere da adulti consapevoli in essa.


      Elimina
  7. Pubblico qui- al fine di far capire che ragazza intelligente, impegnata, lucida fosse Stefania - l’articolo che lei aveva scritto e che è riportato dal sito del Movimento Studentesco Catanese.

    “Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.
    A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”:
    non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, né, tanto meno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizione di eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.
    Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.
    Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.
    Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.
    Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicché le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.

    RispondiElimina
  8. Continuazione, l'articolo non è stato possibile pubblicarlo in un solo commento:


    Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perché legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.
    Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.
    Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perché di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.
    Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.
    Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.
    Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione.”
    Sen (Stefania Noce)

    RispondiElimina

Per chi commenta in anonimo: lasciare Nome e Nick o URL