giovedì 10 luglio 2014

Ribloggando: C. A. Turrini

Nicola Drago guardò sconsolato la platea. Totale spettatori: uno. Il chitarrista non sapeva che, quella stessa sera, una famosa band internazionale si sarebbe esibita nelle vicinanze del paesino dove lui stesso stava per suonare. I ragazzi erano tutti là. Per un attimo, valutò la possibilità di restituire i soldi a quell’unico spettatore e di tornare a casa dalla sua donna, che di certo avrebbe gradito una serata romantica fuori programma. Ma la legge dello spettacolo dice che il pubblico è sacro, anche se formato da una persona sola. Salutò verso il buio della platea. Accordò la chitarra folk e decise che avrebbe suonato il meglio possibile, per regalare almeno un po’ di emozioni all’uomo occhialuto seduto in quinta fila. E vaffanculo il proprietario del locale, che lo aveva pregato di lasciar perdere per risparmiare spese di riscaldamento e luce.
Ci fu allora un lungo silenzio, che si interruppe giusto prima di diventare imbarazzante. Poi, una arpeggio lieve e malinconico riempì l’aria, seguito dalla voce sommessa dell’artista che raccontava di un bambino innamorato dell’inverno, diffidente e fragile come solo le persone speciali sanno essere. Dopo, fu la volta di una canzone che parlava di innocenza perduta in un cinema, e di tante altre storie di gente qualunque. Nicola Drago non usava mai la parola amore. Preferiva parlare di sentimenti. Di affetto sconfinato, di meschinità, di invidia, di tenerezza e cattiverie. Ad un certo punto, gli parve che dal buio fosse arrivato un singhiozzo sommesso, subito interrotto. Ma non stette a pensarci; lo spettacolo doveva continuare. Quella notte, si permise improvvisazioni mai sperimentate. Passaggi tonali decisamente audaci. Variazioni del canto che non sapeva di poter fare. Dopo due ore di canzoni interpretate con il cuore, si alzò dignitosamente e salutò il suo “pubblico”. Quello rispose con un caloroso applauso. Ma non chiese alcun bis e guadagnò in fretta l’uscita.
I mesi seguenti trascorsero senza luci. Il cantautore Drago veniva chiamato abbastanza spesso. Però i committenti chiedevano che suonasse le canzoni di altri a matrimoni, feste di compleanno, rimpatriate tra amici. Sul far della primavera aveva quasi deciso di appendere la chitarra al chiodo.
La lettera arrivò verso le nove di un mattino d’aprile, seminascosta tra pubblicità e fatture. Era una bella busta gialla con stampato bene in vista il marchio di una grossa casa discografica. Meno male. Immaginò che lo volessero a suonare la chitarra nel disco d’esordio di qualche sbarbatello raccomandato. ”La signoria Vostra è attesa presso i nostri studi alle ore 9.30 di giovedì 16 aprile. La preghiamo di confermare la Sua presenza telefonando al numero…..” Strano. Non gli avevano chiesto di portare lo strumento. Il giorno stabilito, un’ora prima dell’appuntamento, era seduto nel bar più vicino alla casa discografica. Ed aveva bevuto il terzo caffè. Guardava alternativamente l’orologio e l’ingresso della Q Disc, con la sensazione che il tempo si stesse allungando indefinitamente per tenerlo lontano dalla piccola fortuna capitatagli. Forse, avrebbe potuto entrare in anticipo, però non voleva dare l’impressione del morto di fame in attesa di un tozzo di pane. Finalmente, la lancetta superò la metà inferiore del quadrante, e Nicola Drago poté entrare per la prima volta in una vera casa discografica.
La segretaria alla reception era giovane, bella secondo standard, dotata di un leggero disprezzo appena dissimulato, che di certo riservava a tutti gli esordienti in attesa di una buona occasione. Cambiò espressione dopo aver letto la lettera. Allora, divenne persino gentile. Mentre lo guidava attraverso saloni e lunghi corridoi gli chiese se era mai stato lì e quale strumento suonasse. Infine, lo lasciò ad attendere fuori da un ufficio lussuoso oltre misura, con un caffè in mano e la sensazione di non essere davvero sveglio. Rimase seduto meno di due minuti. Dalla porta in mogano uscì una donna sulla quarantina, il cui viso faceva intuire una biografia intensa ed oscura. Lo fece accomodare alla scrivania e gli spiegò senza mezzi termini: “Signor Drago, Lei saprà bene che la nostra Casa discografica deve il novantacinque per cento dei suoi guadagni ad un genere che molti definiscono – merda commerciale-. Ciò malgrado, il nostro presidente sceglie, ogni tanto, un artista da lanciare solo perché piace a lui. Niente ricerche di mercato, né test di gradimento. Prima di farla entrare nel suo studio, vorrei congratularmi con lei. Signor Drago, quest’anno l’onore è suo.”
Le ginocchia del cantautore si erano fatte molli. Cercò di darsi un contegno, ricacciò in gola l’emozione che stava per montare e varcò la soglia. Dall’altra parte, lo attendeva l’unico spettatore di un concerto che aveva già dimenticato.
In Memoria di Nick Drake e di tutti gli artisti che non riuscirono mai a diventare celebri, malgrado fossero davvero grandi.


E’ estate ed io lavoro più del solito. La mia mente è così stanca che, quando apro il pc, non ci provo nemmeno a scrivere qualcosa di mio,  ho voglia di leggere solo cose belle… ed allora vago, lasciandomi trasportare da una idea improvvisa, una parola ascoltata, una frase letta di sfuggita. A volte questo mi porta a scoprire perle di autentica bellezza di autori a me sconosciuti, come la poesia del post precedente o come il racconto di questo post. In questo caso, però, ho il nome e il blog dell’autore, che trovate cliccando QUI

1 commento:

  1. meno male che sei stanca, altrimenti di queste "perle" ne ritroveresti troppe che non basterebbe il tempo disponibile. La prossima volta vedi di trovare qualcosa di gratificante che parli anche dei cattivi e degli ignavi come me... Un saluto fresco fresco accompagnato dal russare leggero di un cagnolino quasi trovatello convinto che io sia un buon cuoco per lui e non riesco a rispedirlo a casa sua...

    RispondiElimina

Per chi commenta in anonimo: lasciare Nome e Nick o URL