lunedì 11 agosto 2014

IL silenzio dei giorni

Calipso. Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare ? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi ? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
Odisseo. Una vita immortale.
Calipso. Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola,dilla. Tu sei davvero a questo punto?
Odisseo.. Io credevo immortale chi non teme la morte.
Calipso. Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto? Perché i discorsi che vai facendo tra gli scogli?
Odisseo. Se domani io partissi tu saresti felice?
Calipso. Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
Odisseo. Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa ?
Calipso. Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dei che il mondo ignora? Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni. E chi son io, chi è Calipso?
Odisseo. Ti ho chiesto se sei felice.
Calipso. Non è questo, Odisseo L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi di uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada. Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse ?
Odisseo. Dunque anche tu parli agli scogli ?
Calipso. E’ un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta.
Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dei quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli più  muovere. Qualcuna di noi resisté ai nuovi dei; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
Odisseo.. Ma non eri immortale?
Calipso. E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?
Odisseo. Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.
Calipso. E’ un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso.
Odisseo.. Non ti basta che sono con te quest’oggi ?
Calipso. Non sei con me, Odisseo. Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola. E non sfuggi al rimpianto.
Odisseo. Quel che rimpiango è la parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cosa è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano ? Hai sentito ch’eri sola e che eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quello che sei l’hai voluto.
Calipso. Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. E’ un lungo sonno cominciato chissà quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno.
Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.
Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento.
Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altra isola in te.
(...) Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va ?
L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto ?
Odisseo. Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
Calipso. Dimmi.
Odisseo. Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.
Cesare Pavese, "L'isola" (da "Dialoghi con Leucò", 1947)




Non so se sono gli anni che avanzano velocemente che mi danno l'impressione di sabbia stretta in un pugno che scivola via comunque, anzi più cerchi di stringere, di trattenerla, più essa si sottrae alla mia volontà; non so se sono gli anni che avanzano, dicevo, o la consapevolezza improvvisa di aver sbagliato passaggi cruciali della mia vita, ma non c'è giorno che il rimpianto  non mi sfiori la mente. Forse sono in quell'età di mezzo, dove la gioventù è definitivamente andata e la vecchiaia ancora non mi ha regalato la serenità dell'accettazione dei momenti che vivo; forse sarà questo, forse sarà la mia usuale inquietudine che mai mi ha permesso di fermarmi in un istante, appesantita dai bilanci imperfetti dell'anima che vado stilando, ma sento un vuoto immenso dentro di me. Un vuoto che non è pienezza del sé, all'opposto: è un vuoto che è mancanza di significato e di significanza, che rende i miei giorni pietanze senza sale. 
E così continuo a lavorare duro per preparare il mio prossimo errore.