domenica 31 maggio 2015

Il Menhir di Tramonti

                                     


Abbandonata la macchina, lei correva. Correva come mai aveva fatto nella vita. Gli occhi colmi di lacrime e il cuore in gola. Sentiva il proprio battito aumentare con l’aumentare della cadenza della corsa. Correva per non guardarsi indietro, correva per sfuggire al proprio dolore.
Lo aveva affrontato sulla piazzola di sosta che da Spezia porta a Riomaggiore. Aveva guidato per chilometri con la speranza nel cuore. Una speranza che era basata sul niente. Era solo la speranza dell’illusione.
Già da un po’ il loro rapporto d’amore si era incrinato. Lui era diventato brusco, lunghissimi silenzi intervallati da frasi dure, da cui era scomparsa ogni taccia di tenerezza. E lei viveva sospesa in uno smarrimento fatto di delusione, cui seguivano moti di rimpianto e poi di speranza, per poi ripiombare nello sconforto totale. In un’altalena di emozioni distruttiva e stancante. E poi quel giorno li, in quella piazzola si erano infranti tutti i suoi sogni. Quel giorno  lei aveva capito che una parte di sé era morta, morta davanti al muro dell’indifferenza di lui, del sentimento repentinamente interrotto, se mai c’era stato. 

Eppure  un tempo  lui era stato l’unica isola di tenerezza in un mare sterminato: un mare di solitudine interiore, di sofferenza inaudita. Lui l’aveva presa per mano e aveva saputo condurla attraverso tutte le sue paure, facendole prendere coscienza dei limiti che imponeva a se stessa. La prima, la più immanente e irrazionale delle paure:  la paura di instaurare  e di viversi un qualsiasi rapporto d’amore con un uomo, paura del contatto fisico che ne comportava.
Lui con la sua tenerezza e la sua dedizione era riuscito a fugare ogni fantasma che terrorizzava le notti di lei; quando si svegliava urlando e madida di sudore per lo sforzo che il suo inconscio sopportava. Ogni notte due titani si affrontavano nei suoi sogni, ed era lei, solo lei l’unica a soccombere. Era allora che lui la stringeva dentro le sue braccia forti, la raccoglieva, proteggendola, in un abbraccio fetale, le metteva la testa sul suo cuore, affinché il battito regolare di questo fungesse da ninna nanna rassicurante e amorevole.
Era stato il tempo in cui lei combatteva per non essere amata, erigendo continuamente muri ornati di filo spinato, dibattuta  tra il suo struggente desiderio di felicità e il pensiero, assurdo, di essere indegna di ricevere amore.
Era stato il tempo in cui lui era riuscito ad aprirsi un varco  in queste mura incrollabili. Una piccola breccia da cui lentamente aveva trasmesso il suo sentimento, il suo calore, la voglia di raggiungere quel cuore inaccessibile. Un percorso lungo e faticoso su cui lui si era avviato, sentendosi scoppiare nel cuore la passione per lei, la voglia di averla tra le braccia, tremante e fragile, vogliosa d'amore.
Il mondo aveva cominciato a colorarsi di colori vividi, lei aveva ritrovato la gioia di stringere una mano nella sua. Aveva reimparato a trovare e cercare il piacere dalla vicinanza del suo corpo vicino ad un altro. Aveva reimparato a respirare in due. Aveva reimparato a fidarsi di se stessa. Aveva reimparato a fidarsi di un uomo.
Ora tutto questo era svanito, frantumato violentemente contro le rocce del disamore e dell’aggressività, sfumato come  nebbia leggera e inconsistente davanti ai raggi del primo sole. E lei non sapeva perché. O forse si.
Una voce dentro di se diceva: lui ti ha “amato” finché eri inaccessibile; finché poteva plasmare i tuoi pensieri e le tue azioni; finché la tua fragilità non gli conferiva l’immenso potere di sentirti come oggetto, come giocattolo umano. La tua ritrovata personalità rende inutile il suo personaggio, le sue aspirazioni da anfitrione non ammettono un testa pensante, in un corpo consapevole. Era amore, il suo?
La sua corsa disperata, una corsa durata, in realtà, tutta una vita, sommersa dalle lacrime di tutti gli oceani, finì quando vide davanti a sé un masso enorme, grigio assolutamente estraneo al contesto rasserenante,  in quella radura selvaggia e verdeggiante.
Si sedette sfinita, poggiando la sua schiena contro il blocco di roccia. Tutte le sue emozioni represse e nascoste in fondo alla sua anima dolente, alla fine trovarono lo sbocco, come lava di un vulcano troppo a lungo imprigionata nella roccia, in singulti di pianto e afflizione. Dalla sua gola salì un urlo, un urlo silenzioso  che solo lei udì; sulle sue labbra le parole si condensarono in nuvole di sofferenza: immagine dolorosa e statica come statua condensata nel ghiaccio. Poi, i singhiozzi che avevano sconvolto le sue spalle, propagandosi ad ogni fibra del suo essere, lentamente cessarono. Una strana calma si impossessò della sua anima. Sembrava che quel masso l’abbracciasse, le rendesse un po’ del calore che le era stato rubato. Le sembrò quasi normale tendere le braccia e cercare di cingere il monolite, chiudendo gli occhi sul suo dolore e sulla sua sofferenza.
Le squadre organizzate nella ricerca avevano vagato per ore nella campagna spezina, da quando era stata ritrovata la macchina con le portiere aperte sul ciglio della strada. I cani da ricerca, sopraggiunti più tardi, avevano puntato avanti, verso un punto preciso. Poi, guaendo sommessamente, si erano fermati e non c’era stato verso di farli avanzare. Il vecchio capo squadra, arrivato per ultimo sulla scena, era sbiancato  in volto, guardando davanti a sé:

<< Dio abbia pietà di lei, quello è il menhir di Tramonti – disse con voce spezzata - un posatoio per le anime sofferenti che sono in viaggio, in transito verso l’estremo limite del mondo dei vivi… >>


Nell'immagine di Dino, che ringrazio, il Menhir di Tramonti

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