venerdì 30 dicembre 2016

Probo


"Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra con il dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia."
Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia



“Entra, entra” mi disse  Marco V. Probo, per gli amici semplicemente Probo.
Entrai in punta di piedi in casa sua, come si entra in un luogo di culto  che incute rispetto. Perché  era proprio così, lui incuteva rispetto: la sua persona, il suo modo di porsi, comunicavano serenità e purezza ma anche solennità, comunicavano cultura ma anche giocosità.  
‘Mai nome fu più appropriato’, pensai poco tempo dopo averlo conosciuto, ‘nomen omen’.
Di certo in sua presenza non si poteva che restare affascinati  perché era la sua stessa  presenza che affascinava e, come valore aggiunto, c’era la sua voce: bella, calda, accogliente, priva di influssi dialettali, sembrava abbracciare il suo interlocutore, chiunque egli fosse.
Grazie alla sua disponibilità mi fu facile, quindi, chiedergli timidamente – la timidezza, croce della mia vita, anche in quel momento mi rendeva goffa e impacciata – se aveva  dei libri da regalarmi per il mio progetto, immaginando che di libri doveva averne davvero tanti.
“Certo che li ho, disse, vieni a casa mia e vedi un po’ tu quali potrebbero esserti utili”. Oddio, non era di certo una proposta indecente ed io non ero una collegiale, eppure quella proposta mi imbarazzò – se qualcuno me lo avesse chiesto, non avrei saputo dire neanche il perché -  ma accettai immediatamente.
Pervasa da una curiosità viscerale verso tutto quel che mi era ignoto, e vittima di una specie di malattia che mi portava- allorché entravo in casa di qualcuno per la prima volta- a guardare per prima cosa la libreria  così da farmi un’idea oggettiva dei padroni di casa, mi ero chiesta mille volte come fosse la sua biblioteca, quali autori, quali opere annoverasse, come erano sistemati, così da capire qualche sfaccettatura  in più della sua personalità.
Fu così che mi guadagnai una visita a casa sua.
Quando varcai la soglia la prima cosa che notai  fu l’ordine delle stanze e il fatto che qualcuna risultasse chiusa: ‘personalità aperta al mondo, pensai, ma orgogliosamente gelosa della sua intimità’ . Il soggiorno- studio, dove fui invitata a sedere , intanto che il mio ospite preparava  un earl grey, era moderno ma con un profumo di antico  e, soprattutto,  pieno di libri. Libri in quantità, sparsi ovunque, oltre che sugli scaffali in numero così notevole da mettere in forse la stabilità dell’edificio.
Approfittando dell’assenza  del mio anfitrione,  cominciai  e scorrere  i titoli  e gli autori in evidenza. Pavese, Shakespeare, Pasolini, Calvino, Marquez, Orwell, Eco, Proust, Sartre, Tolstoj, ma anche Baricco e Carla Ferrante; sorrisi  pensando: 'ecco una persona che non è vittima del conformismo ma è aperta a qualsiasi proposta culturale'. E poi Virgilio, S. Agostino, Starnone, Merola, Omero, Ovidio in una diversificata  raccolta di autori, molti dei quali a me ignoti,  stavano gli uni accanto agli altri, in una sorta di agorà “ pisistratoiano”.
Una biblioteca di tutto rispetto, pensai, ma credo manchi qualcosa’.
Ma cosa?
Il mio anfitrione tornò con due tazze fumanti, qualche fetta di limone  e due biscottini e allora io mi affrettai  a sedermi sul lato del divano vicino al vassoio con il  tea,  che il mio ospite aveva posato con grazia sul tavolino. Anche lui sedette sulla poltrona in stile, diversa dal divano, e cominciammo a chiacchierare. Sì, in effetti parlava soprattutto lui, io mi accontentavo, sostanzialmente, di dare qualche breve risposta, spesso sollecitata dal mio interlocutore, ma era tale il piacere di ascoltarlo, perdendomi tra la sua voce e le sue parole,  che limitavo al massimo i miei interventi.
Una pausa nella conversazione (forse il mio interlocutore si era stancato di parlare, oppure era rimasto infastidito dal mio silenzio) mi diede l’occasione di fare quella domanda che mi ronzava  in testa da un po’: “secondo me manca qualcosa a questa biblioteca, manca la parte nascosta di te. Hai per caso libri in altre stanze, che ne so, in camera da letto?”
Un rossore improvviso gli colorò le guance – in effetti arrossiva spesso, specie davanti a un complimento -  e mi lanciò una occhiata indagatrice; fu allora che mi resi conto di quanto avrebbe potuto risultare ambigua la mia richiesta. L’imbarazzo sceso su di noi venne rotto da un suo sorriso e dalle parole “ok, vieni ti mostro qualcosa che in pochi hanno visto” . Evidentemente mi aveva reputata, giustamente e per fortuna, incapace  di inviti con secondi fini.
Nello scrigno segreto, nella stanza dove nessuno è ammesso se non chi ci è affine e riscuote la nostra fiducia – un onore immenso che mi era stato accordato, forse come prova di una iniziazione -, la sua camera da letto,  uno scaffale, due piccole mensole, il tavolino e il comodino accoglievano una gran quantità di libri  così sapienti da spaventare una persona consapevolmente  ignorante come me e di cui io non sospettavo neppure l’esistenza: saggi sull’idealismo tedesco, studi di  retorica , studi  di prosodia, di metrica greca e poi Salinger, V. Wolf, Goethe, Musil, Kafka, Leopardi, O.Wilde, Yourcenar, A. Pozzi, ma anche  tutta la produzione di Cerami, qualche Camilleri, una piccola raccolta di Topolino  e qualche volume per ragazzi, riposti senza alcun  apparente ordine rigoroso, con alcuni che sporgevano impertinentemente da scaffale e mensole, qualcuno con leggere tracce di polvere, altri aperti sul tavolino in attesa  delle sue mani. E poi spartiti musicali, vecchi vinili, cd, riviste d'arte, un paio di lampade da tavolo impreziosite da merletti antichi, qualche foto  di cui una in un nostalgico color seppia  ed un magnifico tappeto orientale, probabilmente di seta, adagiato sotto la poltrona, all'angolo vicino alla finestra. 
L’insieme apparve ai miei occhi  come un dipinto classico,  uno scenario complessivo fatto di charme e di incanto  che spiegava  e confermava le mie impressioni su Probo e che mi sedusse senza possibilità di scampo.  Ebbene sì, ero rimasta senza parole, lo confesso; mi limitavo a spostare gli occhi, alternativamente, da tutto quel che mi circondava al mio ospite; anche lui non parlava, forse incuriosito dalla mia espressione, forse divertito dal mio stupore.  
Ad un tratto mi si avvicinò e piegò il suo viso verso la mia guancia destra. Chiusi gli occhi  in attesa estatica di un epilogo insperato, e subito avvertii un calore umido e un qualcosa di ruvido che mi sfregava la guancia.  Umido? Ruvido? Ma mi stava baciando? E allora  baciava proprio come supponevo facesse  l’uomo di Nearthandal!
Aprii gli occhi  di scatto e mi ritrovai,  ad un centrimetro dal naso, il musetto di Caer (la chiamavo con il suo nome completo, Caer Ibormeith, solo quando ero in collera con lei), la  gatta che mi aveva adottato qualche  tempo prima  e che   adesso mi stava leccando il viso, strappandomi così da quel sogno meraviglioso.
Mi alzai sconsolata, lei aveva  fame.







14 commenti:

  1. possibile che sia accaduto davvero, o che sarà incontro in divenire, quei libri sono immortali, prima zona, seconda zona, genere - sottogenere - evasione, dal sogno che era, o dal sogno che arriva quando non te lo aspetti. Secondo me la gatta Caer sa tutto, e confabula sulla spiaggia di nascosto con Kafka :)
    Scherzi a parte, ma è bello "crederci"
    Auguri!
    Raymond

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  2. Ray, bentornato :)
    La gatta Caer è stata chiama così in onore della dea dei sogni, per questo la briccona mi ha svegliata, di sogni se ne intende!
    Incontro in divenire? Ma è accaduto! Non è forse più reale quel che si sogna che la realtà? Sicuramente è più bello.
    Auguri anche a te.

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  3. Perchè mentre leggevo pensavo che Probo potevi essere tu? Ci devo rimuginare....

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  4. Scusami Anonimo, chi sei? :)

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  5. sono Sofia,scusa ma non ho dimestichezza con l'autenticarsi in questo tipo di blog.

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  6. Tranquilla Sofia :) a me basta che scrivi il tuo nome nel commento.
    Non so perché tu abbia potuto pensare che io potessi essere Probo :) (io non ho letto neppure un decimo di quanto abbia fatto lui e mai avrei spartiti musicali, visto che non so legegre la musica)
    No , non lo sono anche se è un personaggio creato da me e, come tale in una qualche maniera mi somiglia :)

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  7. e invece io continuo a pensare che Probo è la parte di te che non conosci e devi scoprire. Sofia

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  8. No, Sofia, questa volta sono in disaccordo con te :) ... ma, in ogni caso, grazie

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  9. E' un discorso troppo ampio ,magari ne parleremo.Sofia

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  10. Non ci sogneremmo mai di dire che i nostri pensieri, e le nostre emozioni, non sono reali, eppure non hanno consistenza materiale. Concordo quindi pienamente sul fatto che i sogni siano reali, al pari, o anche più, della realtà.
    Peschiamo nell'inconscio prestando, a volte, attenzione ai nostri bisogni più veri e profondi. Direi che il "bisogno" che mi è dato leggere dal "sogno di solitudine" è sete di conoscenza e condivisione allo stato puro. Oh, Bellezza e Amore.
    Non mi riferisco solo all'aspetto culturale della storia.
    Penso anche alla meraviglia di quei "sussurri che incendiano i miei frammenti di infinito" (se posso citare la poesia del tuo ultimo post), capaci di schiudere all'unisono lo scrigno segreto della propria anima e di quella di un altro essere, per trasformarsi, l'uno per l'altro, nel più bello dei libri che sia mai stato letto.

    Se posso divagare con una nota diciamo "tecnica", devo dire che sei una ladra fantastica!
    Ladra alla Picasso -mi pare fosse lui- quando disse che i mediocri copiano e i geni rubano. Mi riferisco al tuo splendido gatto dei sogni, edizione rivisitata e creativa del finale di un racconto dell'Evergreen di Blogspot. Braverrima!

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  11. Brava, Carmela :) con il tratto che ti contraddistingue, hai messo in nuce una sacrosanta verità che spesso vene taciuta: i sogni rappresentano un bisogno, o meglio la risposta a un bisogno profondo che spesso non confessiamo neppure a noi stessi :)
    Ti confesso, inoltre, che non avevo notato il legame tra i due post, e ti ringrazio per avermici condotto per mano:) Guardare in faccia la realtà a volte fa un po' male, ma di sicuro ci schiude orizzonti di crescita altrimenti lontanissimi.
    Solo una curiosità, ma chi è il gatto dell'Evergreen? Sono ignorante, lo sai :)
    Un abbraccio

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  12. Innanzitutto grazie per lo scambio, sempre piacevole e costruttivo! :)
    Ed ecco soddisfatta la tua curiosità
    Il furto picassiano consiste nell'aver fatta propria un'idea, o meglio -visto che il gatto dell'Evergreen era onirico e al risveglio si è rivelato lo spigolo di un cuscino- nell'aver colto lo spunto per un'idea di finale totalmente nuova e creativa.
    Magari mi sbaglio, forse suggestionata dalla memoria di quel tuo primo commento a quel racconto. :)
    Ti voglio bene!

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  13. Clicca su "curiosità. Non è immediatamente identificabile come link nel commento.
    Baci

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    1. Ossignore, e chi se la ricordava più la micia di Ben? :D
      Complimenti per la memoria- :) Non ne ero consapevole quando ho scritto il raccontino, ma la storia di Ben mi deve essere rimasta in qualche angolo della mente... et voilà , è ritornata a galla :) Grazie Carmelita, Grazie è davvero un piacere interloquire con te :)
      [img]http://www.vocinelweb.it/faccine/fattedanoi/donia/36.gif[/img]

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