martedì 23 maggio 2017

Clarissa

La realtà dell'altro non è in ciò che ti rivela,

ma in quel che non può rivelarti.

Perciò, se vuoi capirlo, non ascoltare le parole che dice,

ma quelle che non dice.
Kahlil Gibran
Va per la tua strada, le disse lui.
Panico. 
Quale  strada? La sua, di strada, era stata  sempre un percorso ad ostacoli, costeggiando perennemente un precipizio. Un percorso  che aveva sempre fatto con il fiato in gola, con un piede che spesso scalciava nel vuoto per poi ritoccare terra; provava una sensazione di calma solo quando la voce di lui la cullava, una voce che le dava sicurezza in se stessa. Ma erano delle brevi pause, che le bastavano  però, le bastavano per poter chiudere gli occhi e provare a sognare un’altra vita, un’altra strada.
Un atto di fede, sì lui per lei era un atto di fede. E la fede non contempla razionalizzazioni di sorta: si crede e basta.
Ed ora doveva andare per la sua strada, da sola.
Non versò una lacrima, nemmeno una. Non ne aveva più, tutte consumate nel tentativo di riabilitarsi  agli occhi della vita, senza mai riuscire ad abbandonarsi a se stessa.
Eh già,  in lei c’era questa netta divisione tra il suo IO e il suo ME, una cosa  che le impediva di avere una esatta percezione del suo SÉ, nonostante si raccontasse molte volte storie di consapevolezza, di unione, di cognizione del proprio pensiero, dei suoi limiti. Era avvenuta una scissione, di quelle che gli strizzacervelli chiamavano disturbo della personalità, ma che per lei aveva un solo nome: paura. Da un giorno all’altro la paura si era impadronita della sua anima, paralizzando i suoi gesti, e così, da attrice sociale principale sulla scena della vita, era scivolata al ruolo di comparsa, forse anche meno: tappezzeria. 
E la sua, di vita, aveva perso senso e prospettiva, aveva perso curiosità indignazione, luce ed ombra. Solo un continuo ed infinito grigio nebbioso, un paesaggio sempre uguale a se stesso.
Poi l’incanto, di colpo, le aveva cambiato ogni visuale; come una raffica di vento impetuoso che spazza via le foglie cadute e dopo niente è più uguale: la voce di lui si era materializzata una sera di febbraio di tanti anni prima e non se ne era più andata. L’aveva accompagnata prima discretamente poi con sempre maggior frequenza, e lei le si era abbarbicata come una pianta all’albero di cui si nutre.
Giorni di autentica felicità. 
D’accordo, una felicità un po’ surrogata, forzata, una love addiction la definirebbero quelli istruiti  ma pur sempre profumo di felicità.
Poi, di colpo: vai per la tua strada.
Quale strada?
Inevitabilmente il panico poco a poco si attenuò e lei cominciò a guardarsi attorno. 
Di strada c’era stata sempre e soltanto la sua. 
Dovette ammetterlo, aveva sognato. 
Lui non era mai esistito, era stata la sua mente a crearlo ed ora la creazione della sua mente la stava scacciando.
Forse era arrivato il momento di riunire il suo IO ed il suo Me, forse era arrivato il momento di accettarsi così come era, con tutta la sua solitudine intorno.
Forse era arrivato il momento di svegliarsi: i sogni, si sa, presentano conti molto salati se non li si sa ancorare in fretta alla realtà.
A te che sei comparso improvvisamente sui passi del futuro
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto qualcosa di più
A te che hai sconvolto i miei orizzonti e i miei altrove
a te soffio sorrisi che non arriveranno oltre la muraglia
A te dico grazie anche se non cerco più il tuo viso tra i miei sogni.

3 commenti:

  1. E' un vecchio racconto che ho riadattato :) Spero vi piaccia,l'argomento "comunicabilità" e suoi contorni mi intriga parecchio :)

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  2. Posso immaginare due cose:
    1) che la voce di lui fosse reale
    2) che la voce di lui fosse solo sognata
    Leggendo e rileggendo il tuo racconto, ho queste due opzioni. Ciò che non cambia è: "Dovette ammetterlo, aveva sognato.
    Lui non era mai esistito, era stata la sua mente a crearlo ed ora la creazione della sua mente la stava scacciando." Nel primo caso, il risveglio è molto più doloroso, forse.
    Comunque il tuo racconto mi ha messo la pelle d'oca, sopratutto per quella comunicabilità così precaria tra Io e Me. Per ora mi fermo qui, ho scritto con fatica perché nel racconto mi sono immedesimata e sono emotivamente provata.

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  3. "Dovette ammetterlo, aveva sognato.
    Lui non era mai esistito, era stata la sua mente a crearlo ed ora la creazione della sua mente la stava scacciando."

    La sua esistenza è certa, perché certa è la sua voce. Forse quel che non è mai esistita è la strada fatta in due, forse solo quello è il prodotto della sua mente.
    Quante volte ci illudiamo di "comunicare" con le persone che abbiamo intorno, salvo poi scoprire - a volte improvvisamente - che in realtà non abbiamo mai comunicato ma solo scambato parole?
    E' in questa ottica che potrebbe collocarsi il rapporto tra l'IO e il ME. Partendo dal presupposto che non può esistere un SE al di fuori di in contesto sociale, al di fuori di un gruppo (qualsiasi sia il numero del gruppo, intendendo per gruppo due o più persone)che definiamo società,possiamo dare all'IO l'insieme degli atteggiamenti che l'individuo da, in risposta agli atteggiamenti degli altri verso l'individuo, che rappresentano il ME. Sintetizzando molto, possiamo dire che essendo l'uomo un animale sociale, costruisce il proprio IO in base agli atteggiamenti che gli altri indivdui intorno a lui hanno nei suoi confronti che, organizzati, diventano il SE:è quella che si chiama costruzione della identità sociale.
    Se Clarissa ha costruito una parte del suo SE in base agli atteggiamenti di LUI nei suoi confronti, fermo restante la decisione finale di LUI, allora bisognerebbe concludere che Clarissa ha costruito distorcendo il messaggio "sociale" che proveniva da LUI, adattandolo alle sue esigenze, ai suoi desideri, perdendo di vista l'oggettività del messaggio stesso.
    Il punto è: davvero Clarissa ha "capito male" oppure è LUI che ha stravolto successivamente il messaggio? E' forse in questo percorso comunicativo che si annida distorsione della comunicazione stessa rendendola problematica? E quanto, delle esperienze pregresse di Clarissa, hanno pesato in questa comunicazione difficile? In conclusione, quanto Clarissa dipende dagli atteggiamenti altrui?

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